mercoledì 2 giugno 2010
La mia passione per R. (vietato ai minori di ? anni)
lunedì 17 maggio 2010
3 is the magic number


domenica 8 novembre 2009
venerdì 9 ottobre 2009
Attacchi di panico e co.

mercoledì 30 settembre 2009
a.a.a. cercasi coraggio

Ed alcune volte parto con il giusto entusiasmo, con la giusta carica di convinzione. Poi però, a metà dell'opera mi fermo. E mi deprimo.
Così succede con il mio lavoro, che odio e che amo, che amo e che odio, che dico di amare per non pensare a quanto stupida posso essere io che, laureata e con molte capacità, da 4 anni lavoro per la stessa azienda che mi sottopaga. E ancor più scema mi sento quando penso che due anni fa avrei trovato lavoro facilmente e non ho agguantato l'opportunità, oggi invece mi tocca tener duro fino alla fine di questa crisi che sta facendo perdere il lavoro a troppe persone.
E mi considero un'idiota quando penso che queste otto ore vengono sottratte dalla mia vita, che in queste ore potrei camminare per le foreste dell'Amazzonia, ammirare i templi Maya, nuotare nell'oceano Indiano...ed invece posso solo scoprire questi posti attraverso la mia immaginazione, sognando ad occhi aperti.
Sognare.
Sognare di viaggiare, sognare di vivere con la mia musica, con i miei racconti, conoscere culture diverse, avere una bella casa e tanti figli che corrono felici in giardino. Lavorare da casa ed occuparmi di loro, oltre che di me stessa e di mio marito.
Invece sono qui. Scrivo su questo blog durante la misera ora di pranzo dopo aver svuotato il contenuto del contenitore di plastica dove aspettava di essere inforchettata la mia pasta scotta. Sfogo le mie frustrazioni. Meglio così che con la cattiveria verso altre persone. D'altra parte sono buona, troppo buona e mi faccio mettere i piedi in testa da chiunque. Mille volte mi immagino mentre porto la mia lettera di dimissioni al mio responsabile e nel mio immaginario godo nel vederlo dispiaciuto. Ma ad un tratto mi sveglia dal sogno lo squillo del telefono sulla mia destra, rispondo e mi fiondo nel suo ufficio pronta a farmi sotterrare dal lavoro, provando anche un minimo di simpatia quando cerca di essere divertente, e non riuscendo a dire di no al suo modo eccessivamente amichevole di chiedermi favori. Un ottimo stratega il mio responsabile, che ha ben capito i miei punti deboli e li sfutta senza pietà.
Ma arriverà quel giorno. Arriverà quel giorno in cui con la mia musica riuscirò a viverci, in cui pubblicheranno qualcosa di mio, in cui riuscirò finalmente a rimenere incinta e in cui con gioia immensa poserò sul tavolo quella lettera e due secondi dopo riuscirò a vomitare addosso ad ognuna delle persone che si sono approfittate di me, tutte le verità, le verità dolorose che non vorrebbero mai sentire.
lunedì 21 settembre 2009
Segni particolari: proverbi storpiati

Ma IL mio segno particolare è la mia straordinaria capacità di storpiare i modi di dire ormai desueti e dimenticati dalla generazione presente. Non che io lo faccia di proposito, anzi! La mia riflette una vera e propria volontà di usare questo arricchimento della lingua italiana, queste immagini che tanto rendono l'idea di un concetto in modo divertente e antico...tanto antico che in alcuni casi è praticamente impossibile capirne il nesso logico con il significato finale. E non capendolo, molto spesso rimangono solo rimembranze sonore che mi tornaro in mente in alcuni contesti (sociali) ove, spinta dall'impulsività, penso bene (inconsciamente lo giuro) di farne uso.
Nonostante io ami leggere e mi ritenga interessata agli sviluppi e alle evoluzioni (e involuzioni) della lingua italiana, non sono quasi mai riuscita ad usare un proverbio o modo di dire correttamente, sbagliando spesso contesto o addirittura storpiandolo, suscitando non poco divertimento nei miei interlocutori.
E' per questo motivo che ho pensato di riproporveli, sarà dura ricordarsi tutti gli strafalcioni fatti in 32 anni di vita ma cercherò di "spremere le naringi" per proporvi quelli che hanno divertito maggiormente...non che io ne abbia mai fatto un vanto! ...così, semmai doveste un giorno sentire una donna seduta non troppo distante da voi in un pub o in un ristorante, mentre sfoggia fieramente un modo di dire tutto suo, sappiate che si tratta molto probabilmente della sottoscritta!
Ecco a voi i "proverbi-plugs":
- "tanto va la gatta al LARGO che ci lascia lo zampino" (d'altra parte si sa, i gatti non sanno nuotare, ergo, se vanno troppo al largo, ci lasciano la pelle, ma trattandosi di gatti, si usa dire lo zampino).....
- "è come cercare un uovo in un pagliaio!" (fusione di due locuzioni quali "il pelo nell'uovo e un ago in un pagliaio")
- "vorrei lanciare una lancia a favore di..." (forse ho esagerato con robin hood da piccola)
- "altro che ti mancano poche diottrie, sembrano due tappi di bottiglia le tue lenti!" (effettivamente, rende più l'idea....)
- "rischiar non nuoce" (no, ma non sono pessimista eh)
- "era meglio un uovo ieri che una gallina domani" (e oggi si digiuna)
- "guarda!! ho i peli a fior di pelle" (.....)
- "fare i conti senza l'ostia" (l'ho sempre detto che catechismo è diseducativo!)
- "costa Lire di Dio" (ho scoperto solo pochi anni fa che si tratta invece dell'IRA di Dio)
- "è inutile che ti appoggi sugli specchi!" (un pò di confusione nella mia testolina ha creato questa fusione fra "appoggiarsi sugli allori - che poi la versione corretta è dormire sugli allori - e arrampicarsi sugli specchi)
- " sei uno scarica birilli"
- "il vino vecchio fa buon brodo" (ero ubriaca quella sera)
- "a caval donato, non si guarda in bocca" (tutto corretto, sembrerebbe, ma mi soo sempre chesta perché il cavallo del proverbio si dovesse chiamar per forza Donato)
- chi l'ha dura la vince " (sono giustificata dal fatto che in quel periodo frequentavo amici fiorentini....)
Se dovessero venirmene altri in mente, non mancherò di aggiornare la lista. Non invento nulla, ho gente che può testimoniare. E non ne sto facendo un vanto! perché in realtà io amo i proverbi! Sono loro che non amano me!
giovedì 17 settembre 2009
Comunico quindi sono

Grazie ad internet in effetti ci si presentano davanti molte più occasioni per riuscire a comunicare. La scrittura, le immagini, la musica.
La mia scrittura non è virtualismo e non vuole pavoneggiare, ma semplicemente riflette la mia voglia di esprimermi a 360 gradi, con ogni mezzo.
Sul perché io voglia esprimemi potrei dilungarmi troppo ed essere noiosa e banale, ma l'immagine di un barattolo pieno zeppo di esperienze ed idee e stimoli provenienti dal semplice fatto di esistere, che prima o poi deve essere svuotato per poter continuare ad essere riempito, potrebbe essere sufficiente a spiegare questo mio bisogno inesauribile.
L'egocentrismo c'entra fino ad un certo punto, perché che ci si creda o no, poco importa alla sottoscritta se i lettori sono 20, 200 o 2. Dopo la creazione avviene quel meccanismo di verifica personale su come il messaggio sia arrivato alel persone, e se è arrivato. Ma questo meccanismo è solo una conseguenza, non la ragione della mia scrittura.
Comunicare. Se non esistesse questo verbo, di me rimarrebbe solo una stupida bambolina dalla risata facile.
Lo ammetto, senza alcuna onta, io parlo da sola. Mi capita di trovarmi seduta sulla tazza del water a parlare con lo specchio del lavandino posto di fronte all'altezza del viso. Parlo immaginandomi in situazioni diverse, spesso mi auto-intervisto pensandomi dietro le quinte di un palco che ha appena assorbito il mio sudore e la mia passione, addirittura capita che l'intervista si svolga in inglese e che mi impegni al massimo perché il mio accento sia dei più perfetti e puliti.
Finisco per ritrovarmi a monologare su cosa significhi per me la fama, su come mi abbia cambiata, do lezioni di umiltà e punto il dito sugli artisti spendaccioni e megalomani, parlo di me, dei miei ideali, di ciò che ritengo più importante, dell'amor proprio, dell'amore verso l'umanità....
fin quando una mia collega non urla da fuori di uscire dal bagno e di andare a fare le mie telefonate da un'altra parte....
Mi succede spesso addirittura di parlare da sola in macchina quando mi tocca quella senza stereo, la macchinetta di riserva uscita da un film in bianco e nero.
Un giorno ferma ad un semaforo mi sono guardata intorno e ho notato con non poco imbarazzo che dall'automobile vicina due occhi mi puntavano divertiti, poi mi sono resa conto di avere il finestrino totalmente abbassato, così come l'automobile di fianco. Ho quindi afferrato il cellulare nemmeno zorro con la spada e l'ho messo davanti alla bocca urlando "pronto....mi senti?? ho messo in modalità vivavoce perché sono in macchina, non so se mi senti bene, è mezz'ora che ti sto parlando!!!........
Questa mia mania di comunicare è innegabilmente infantile. Così come le bambine parlano con le bambole, io parlo con me stessa. E perdo tempo. Perché proprio mentre sto sparecchiando la tavola, la sera in cui mio marito è rimasto a mangiare fuori e tornerà tardi, io mi distraggo rimanendo incastrata fra un pensiero e l'altro, nella mia nuvoletta fatta di ologrammi ad alta definizione, ed inizio a parlare. Quindi mi fermo, vago per casa, mi siedo sul divano o davanti al pc, o davanti allo specchio dul mobile dell'ingresso, e porto a termine la discussione intrapresa con me stessa e con i miei personaggi immaginari. Intanto il tempo passa e quando mio marito torna a casa mi è difficile giustificare una tavola ancora da sparecchiare.
No, cari amici, non penso si tratti di una malattia mentale per cui chiamare la casa di cura più vicina, penso semplicemente si tratti piuttosto di una forma di auto-ipnosi.
Il mio parlare da sola fa sì che molte di quelle immagini riaffiorino e si ripresentino prepotentemente per essere esaminate ed analizzate. E così il mio linguaggio le rende vive e dà loro la possibilità di essere guardate più da vicino. L'essenziale è invisibile agli occhi, dice la volpe al piccolo principe, ed è quindi grazie ai miei monologhi che la parte meno superficiale del mio IO viene a conoscenza di ciò che in altri momenti non mi è possibile vedere.
Una specie di trance, insomma.
Poi siamo sinceri, noi non siamo limitabili ad una sola personalità, ad un solo pensiero, ad una sola opinione. Anche all'interno del nostro piccolo esserino, troviamo opinioni divergenti, domande a cui voler rispondere con troppe risposte diverse.... il dibattito con coi stessi porta spesso le conclusioni a cui non riuscivamo ad arrivare "da soli".
D'altro canto però, la comunicazione con sé stessi non basta per poter svuotare il barattolo in esplosione. Non basta immaginare un interlocutore per accontentarci dei 20 minuti passati a parlare sul cesso. Ed è da qui che nasce il mio bisogno di fare ciò che sto facendo in questo preciso istante.
E' per questo motivo che ho aperto un blog sulla cucina, esprimendo la mia passione culinaria, purtroppo incostante sebbene molto gradita. E' per questo motivo che non contenta di impegnare molto tempo nella creazione di un album musicale, ho creato un blog che parlasse della creazione di questo lavoro, esaminandone i vari step, descrivendone le difficoltà ed esprimendo le mie sensazioni.
E' per questo motivo che ho creato un blog chiamato "terrazzi in fiore", con tanto di layout floreale e molto ben curato, per poi vedermi costretta ad eliminarlo due settimane dopo per via dell'impossibilità di sdoppiarmi (c'ho provato credetemi, ma l'esperimento ha generato solo un dimagrimento di ben 5 chili e non era un bello spettacolo) e di trovare quel minimo di tempo indispensabile per cercare idee, fare foto, e parlare della mia ennesima passione incostante e poco approfondita.
E' anche per questo motivo che su Love Plugs inizio una rubrica (vedi quella del venerdì) la porto avanti per poche puntate e la lascio sospesa senza preavviso.....stessa cosa per alcuni racconti (vedi quello di Frank), per cui ho avuto un grandissimo slancio mentre raccontavo la prima parte, ma nessuna voglia di continuarlo. Però solo su richiesta, potrei decidere di farlo.
Bene, a questo punto, visto che nessuno può dirmi di uscire dalla schermata di blogger e di andare a scrivere le mie cose da un'altra parte, potrei anche arrivare al nocciolo della questione.
Che è?
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Immagine usata per il post:
Dipinto "comunicazione difficoltosa" di Gianni Lukolic
giovedì 3 settembre 2009
Diversitààààà, un elemento imprescindibile per una vita troppo instabile

Sentirsi diverse è lavorare fianco a fianco con due, quattro, sei colleghe da 5 anni e non esser mai stata invitata a casa loro. Le uniche che c’hanno provato, l’hanno fatto per compassione o buonismo, ma i miei sforzi di risultare simpatica si sono rivelati vani e a dire il vero non è che mi sia divertita più di tanto. Essere diversi è non divertirsi in discoteca perché c’è troppa gente, meglio ballare a casa, da soli o con la persona che ami. E’ avere poche amiche, vere amiche, amiche che ti amano con tutto il loro cuore, ma non riuscire a ricambiare queste dimostrazioni di amicizia. E sono vere amiche, perché accettano la mia diversità e mi amano anche così. Essere diverse è vivere in costante oscillazione fra il sentirsi superiori e il sentirsi sfigati.
Forse essere diversi equivale semplicemente ad essere superiormente sfigati.
Essere diverse è non tollerare ciò che vedi intorno a te e non capire perché tutti amano ciò che tu odi e viceversa. E’ il rifiuto incontrollabile della conformità dell’essere umano a ciò che impone la società. Essere diverse è probabilmente equivalente ad essere anti-sociali. Essere diverse è aver letto una sola volta il Misantropo di Molière ben 15 anni fa e portare ancora le cicatrici che mi han lasciato sul viso quelle lacrime acide. Alcuni libri sono pericolosi perché spesso rivelano ciò che non conosci ancora di te stesso.
Essere diverse è sperare che un giorno tua figlia sia diversa da te e uguale a loro perché probabilmente soffrirà di meno. Vorrei potergli proibire tutto ciò che faranno i suoi compagni di scuola, i videogiochi, la TV, il telefonino e le scarpe firmate, ma non solo finirebbe un giorno per odiare sé stessa, ma odierebbe anche me. Allora lascerò che sia lei stessa a trovare il suo posto. Se con i diversi o con i conformi. Potrebbe anche diventare una diversamente conforme e quella forse è la giusta misura. Tornerà a casa e mi parlerà di Tessa che ha uno zaino ipù bello del suo e che il sabato invece di studiare è andata a fare i provini per Amici, poi mi dirà che è meglio studiare ed avere un pezzo di carta in mano, io la guarderò e le dirò la verità.
Che con un pezzo di carta in mano farai felice il tuo spirito, ma se entrerai nelle grazie della De Filippi, farai felice il portafogli. E oggi, dello spirito chi se ne frega.
Ma lei, essendo parte dei diversamente conformi, mi tranquillizzerà e mi dirà che vorrebbe essere come me. Che anche lei preferirebbe esprimere la sua arte in maniera autentica, senza piegarsi all’industria televisiva, discografica e mediatica. Ma che a differenza mia, farà finta di essere una conforme per farsi furba e andare avanti verso il suo obiettivo.
Essere diverse equivale ad essere codarde e a nascondersi dietro a tante scuse, ma in realtà riflette la paura che abbiamo del mondo e di chi ne è al timone.
Essere diverse però ha il suo vantaggio. I momenti in cui ti senti felice, voli più in alto degli altri.
martedì 25 agosto 2009
And the winner is.......

Non basta tener impeccabile una casa e rendere l’ordine sovrano, senza potersi dire disorganizzate.
Basta poco per cucirsi addosso l’appellativo di “svampita”. Ed io nonostante svariati tentativi di scollarmelo di dosso, non perdo occasione per riconfermare il mio modo di essere.
E così, non meravigliatevi se in vacanza cercate di contattarmi e il mio cellulare è sempre spento. Vorrei potervi dire che la grande donna in carriera che c’è in me ha deciso di staccare la spina. In realtà il mio cellulare fa parte di quegli oggetti inanimati che nella borsetta prendono solo spazio ma che mi tornano utili per ammazzare il tempo in una sala d’attesa mentre aspetto il mio turno e gioco al serpente. Sarà appunto per questo motivo che il mio caricabatterie, stufo di rimanere chiuso ed inutilizzato per interi giorni nel cassetto del mobile dell’ingresso, ogni tanto pianifica una fuga e sparisce per intere settimane. Stranamente, quando decido di andare in vacanza o, ancor peggio, quando mi aspetta un viaggio di lavoro.
E così, non meravigliatevi se il primo giorno di ferie, scesa dall’aereo, presi i bagagli e salutato affettuosamente voi amici sempre pronti ad ospitarmi, mi vedo obbligata a farvi cercare una farmacia di turno, un supermercato aperto, per comprare uno spazzolino da denti per me e uno per mio marito. E puntualmente capita che il mio aereo atterri di domenica.
Mio marito ormai non si scompone nemmeno più. Apprende impassibile la brutta notizia dei vari oggetti dimenticati e, appena mi giro dall’altra parte, scuote la testa con aria rassegnata. “Ti ho visto sai? Vuoi che ti ripeta la solita frase? Tu dov’eri mentre preparavo il beautycase?”.
In compenso non dimentico mai vestiti e accessori che avranno l’unica fortuna di “cambiare aria” per poi tornare al punto di partenza ancora piegati e leggermente stropicciati dai viaggi, senza aver potuto godere di una passeggiata o di una minima scossa. Come quei braccialetti d’acciaio inox, che rimangono lì, in fondo alla valigia, contribuendo ai chili extra che per poco non mi costavano tre volte il biglietto con la Ryanair, in quello spazietto originariamente pensato per il caricabatterie e gli spazzolini da denti.
E così non meravigliatevi se, una volta tornata a Bologna, trovate almeno un mio
In realtà questa scusa non regge se ogni volta che esco da casa di mio fratello a soli 5 km dalla mia, ricevo una sua telefonata in cui mi elenca i vari oggetti dimenticati in soli 30 minuti di mia permanenza. Spesso, nell’elenco appare anche il cellulare. Ma che importa! La prossima visita dal dottore ce l’ho fra due mesi!
Se non siete ancora convinti che mi sia guadagnata il premio come donna più disorganizzata del ventunesimo secolo, ecco la mia carta jolly.
Per chi non lo sapesse nella mia borsetta non manca mai la macchinetta fotografica digitale. Quella super slim dallo schermo touchpad. Quella che non fai in tempo a dire guarda che bel tramonto che io l’ho già immortalato. Più veloce di un pistolero del west. Usciamo per un aperitivo? Click click click, foto mentre ridi, foto del cameriere, foto di mio marito incazzato, foto del drink, autoscatto mosso ed inguardabile, foto del’interno della borsa. Nero.
E così c’è da meravigliarsi se, arrivati a casa di Claudia e Antonio in quella deliziosa città di Cefalù, mi appresto ad afferrrare la machinetta fotografica obbligatoriamente nella mia borsa a mano, vado per accenderla per poter immortalare il primo momento della nostra primissima vacanza del 2009, mi accorgo che la batteria è inequivocabilmente scarica e la macchinetta non dà alcun segno di vita, nemmeno per una misera fotografia (“una sola, ti prego almeno una!!”), e mentre mi accanisco ad esercitarle il massaggio cardiaco premendo ininterrottamente il pulsante di accensione, la mia pressione cala, divento paonazza, poi blu e viola, mi siedo sul letto in preda al panico e mi rendo conto che solo la detentrice del premio in questione può aver dimenticato il carica batterie della macchinetta fotografica.
Poco male, quello del cellulare è saltato da solo in valigia. No, non ha la funzione di fotocamera, costa 20 euro ed è più vecchio della mia carta d’identità che mi vede residente ancora in Toscana.
Quantomeno, ho il gioco del serpente.
Epilogo: le foto di Cefalù verranno fatte con la macchinetta della mia amica Claudia che oltre ad averci ospitati e trattati da veri re, ha lasciato che la sua macchinetta fotografica diventasse la mia povera vittima durante quello splendido soggiorno.
Peccato che nel trasportare le foto dal suo pc alla mia chiavetta USB, io vi abbia erroneamente selezionato e trascinato i provini e non le foto vere e proprie.
Però non so se avete notato, in vacanza a Cefalù, ho portato una chiavetta USB.
lunedì 8 giugno 2009
Simply Soul
Eccomi tornata.
In questo lungo periodo di tempo ho preso le redini della mia vita e ho finalmente imparato a cavalcarla e a domarla.
La mia ricerca della felicità è chiaramente, come per ognuno di noi, il motivo principale di questo mio passaggio sulla terra.
Dove trovarla? È spesso questa la domanda a cui dover rispondere.
Ognuno di noi ha la propria risposta a portata di mano ma è difficile rendersene conto.
La mia felicità è sempre stata, da subito, il poter creare una famiglia. Questa mia smania ha caratterizzato la mia adolescenza e la mia vita da adulta portandomi inevitabilmente a soffrire per amore e a farmi perdere di vista il valore del mio IO, quel valore che avrei dovuto scoprire piano piano attraverso diverse fasi di ricognizione.
Era difficile durante l’adolescenza nutrire stima verso me stessa, e per poterla intravedere anche solo minimamente dovevo vederla riflessa negli occhi delle persone che mi amavano o meglio, che amavo. E quindi non avevo coscienza di chi fossi realmente io, ma solo di chi volevano che fossi (i miei genitori) o come mi vedevano esternamente (gli uomini).
Ma la vera essenza della propria anima pochi hanno l’onore di captarla. Prima di tutto, poche persone riescono a portare alla luce la consapevolezza del proprio essere. La totale comprensione dei propri bisogni emotivi, la totale presa di coscienza di quale sia la propria strada da percorrere.
Ecco, io ho avuto la grandissima fortuna di conoscere me stessa grazie al riflesso degli occhi di mio marito. Colui che ha scavato dentro e ha scovato la mia vera personalità. In seguito, il lavoro più duro è toccato a me.
Una volta che conosci chi sei, devi capire cosa vuoi.
Nel trentunesimo anno della mia vita ho capito finalmente che voglio lasciare un’orma. Ho capito di avere un dono e di doverlo sfruttare, perché questa è la mia strada. E non finalizzare questo mio talento alla fama o al denaro, ma semplicemente per vivere felice e sentirmi piena ,e completa, ogni minuto della mia vita.
E così, sto creando un lavoro discografico. Poiché il tempo mi rincorre e cerca ad ogni modo di demoralizzarmi, non mi rimane altro che dedicare ogni piccolo momento a questo mio piccolo grande progetto. E’ per questo motivo che il mio blog rimarrà in stand-by fino a lavoro compiuto.
D’altro canto, vorrei condividere con le persone che hanno letto fin qui queste paginette rosa, i momenti che attraverserò durante la mia crociata. Perché diciamocela tutta, non è una passeggiata scrivere, comporre e registrare un album. Non lo è perché l’artista viene spesso messo davanti ad insicurezze, a mancanza di ispirazione, quei momenti che lo vedono con gli occhi fissi su un foglio bianco, incerca di un’idea che si fa desiderare….
Vi invito quindi a seguire il mio nuovo blog cui titolo sarà quello del mio album:
Seven Soul Sins
va da sé che il layout verrà cambiato a breve…
Grazie a tutti e ...buona musica!
PS. chiuderò questo blog con la storia di una donna. Essendo una storia lunga che ho scritto in vari frammenti dui questi miei ultimi tempi, deve essere sistemata e finalmente verrà pubblicata.
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venerdì 3 aprile 2009
Ode alla vita

martedì 10 marzo 2009
Fermatemi!

giovedì 5 marzo 2009
Frank (capitolo 1)
Tutte abbiamo avuto un Frank nella nostra vita.
Un grande amore seguito da un altrettanto grande dolore.
Il mio aveva all'epoca 42 anni ed era la bella copia di Hugh Grant.
Mi ero laureata da poco, a Marzo del 2003. In Agosto mi trasferii alle Canarie, dove iniziai a gestire un internet-caffè sull'allora desertica Fuerteventura.
Lasciai alle spalle due anni e mezzo di fidanzamento con un bravissimo ragazzo diventato troppo amico per potermi considerare innamorata.
Interruppi anche la storiella nata da pochi mesi con un ragazzo di Sanremo, conosciuto tramite un sito di musica black, che feci la pazzia di andare a trovare prendendo l'aereo dalla mia città natale in cui tornai dopo la laurea, Bruxelles.
Tre giorni di passione, ma a quel tempo il mio cuore sembrava essere rinchiuso in una patina di ghiaccio.
Arrivai su quell'isola e sentii che stava per iniziare una terza vita. Era giunta l'ora, a 25 anni, di conoscere me stessa.
Fino a quel punto la conoscenza del mio io avveniva attraverso gli uomini, lo studio, gli esami, la famiglia. Lì eravamo soli, io e il mare, quello specchio infinito nel quale riflettersi e parlarsi, conoscersi e capirsi.
Di quella mia terza vita, ora che sto vivendo la mia quinta, ricordo l'odore della spiaggia alle 6.00 di mattina, quando uscivo di casa per passeggiare e respirare la vita prima di recarmi al supermercato e fare rifornimento per il bar.
Ricordo la fatica, i piedi indolenziti a fine giornata, la schiena a pezzi, il portafoglio pieno di banconote sudate e diligentemente riposte nella cassaforte di casa. Ricordo le prime gaffe, il periodo di apprendimento nel quale mio fratello, venuto in mio soccorso per un paio di mesi, mi
bacchettava se fra un cocktail preparato e un caffé servito al tavolo "degli Italiani", facevo una pausa su internet.
Ricordo settembre di quell'anno, quando prese l'aereo in direzione di Bologna e io rimasi sola nella casa dei miei, una casa che acquistarono molti anni prima che quell'isola fosse scoperta dal turismo europeo.
Una casa che non riuscivo a sentire mia e che diventò il luogo di rifugio dopo giornate di lavoro pesante, seguite da nottate in discoteca ad ubriacarmi con pampero e coca-cola.
Ricordo quel giorno, l'unico in tutta la settimana, in cui entrai a lavorare alle 11.00, fiera della mia "dipendente" che nel frattempo aveva aperto, sistemato i tavoli fuori, acceso le luci e i pc e comprato le brioches.
Ricordo quando mi disse che giù c'era un cliente al pc n. 4 e mi chiese se potevo portargli la spremuta d'arancia.
Ricordo tutto e mentre scrivo non vi nego che mi tremano le mani. Ricordo che andai verso di lui con mille pensieri in testa, il mare, le scarpe viste nella vetrina accanto e la voglia di comprarle per la prossima serata al Waikiki...ma quando i miei occhi incrociarono i suoi e vidi il suo volto mi innamorai.
Capii per la prima volta in 25 anni che il famoso Colpo di Fulmine esisteva davvero, non era un’invenzione hollywoodiana.
Proprio lì, su quell'isola, lontana dal bisogno di cercare certezza e sicurezza in una relazione che non portava a niente, proprio lì nella mia piena convinzione di voler rimanere single a vita e godermi ogni momento come se fosse l'ultimo, persi la testa.
Ricordo quando lui uscì dal bar e io senza pensarci un attimo scesi giù e mi misi al suo pc, nel folle tentativo di trovarvi un indizio, un modo per rivederlo.
Non so se credere al destino, ai segni, al fatto che tutto sia già scritto, posso solo dirvi che la schermata era quella di hotmail e nella voce username vi era il suo indirizzo e-mail.
Gli scrissi che lo volevo conoscere, nascosi la mia vera identità ma dopo poche e-mail scambiate ci trovammo in un bar sperduto, tre giorni dopo dal primo incrocio di sguardi, e lui mi svelò che aveva capito da subito che fossi io.
Quella sera facemmo l'amore nell'appartamento che aveva affittato con un amico con la sua stessa passione per il kite-surf, e che avrebbe dovuto lasciare il giorno dopo per fare ritorno nella sua terra d'origine: l'Irlanda.
Oh, Frank.
Il giorno in cui partisti mi sentii incredibilmente vuota, e dire che di te conoscevo il nome, pochi dettagli della tua vita e del tuo lavoro, ma passai le 5 ore più intense della mia vita.
Non appena atterrò in Irlanda mi chiamò. Disse che voleva rivedermi, che era stato tutto così veloce, onirico, che non ci capiva più niente. Stesse mie sensazioni.
Dopo una settimana di telefonate, di stomaco chiuso, presi un aereo e lo raggiunsi in Irlanda per due giorni.
Andammo avanti così per un paio di mesetti, sentendoci con passione via etere, vedendoci di sfuggita in qualche posto sperduto d'Europa, che potesse essere una buona via di mezzo per entrambi. I voli insisteva per pagarli lui, si rifiutava di farmi spendere quelle cifre di denaro incredibili per un biglietto aereo preso all'ultimo momento. Mi disse che era un consulente finanziario, che aveva appena venduto la sua casa per dedicarsi alla laurea che aveva l'intenzione di conseguire….Si sarebbe iscritto all’università proprio dopo le vacanze
estive ma adesso tutto era così confuso....io non potevo dargli nessun consiglio ma chiaramente speravo che decidesse di trasferirsi sulla nostra isola. Aspettai che venisse fuori da sola la possibilità di convivere insieme in casa dei miei, fino a quando non avremmo trovato un'altra sistemazione.
E così seguì una pazzia dopo l'altra. Rinunciò al suo sogno di iscriversi all'università, si trasferì a Fuerteventura dove avrebbe ripreso a lavorare da casa come consulente finanziario.
Scoprii la sua età solo molto tempo dopo perché ogni qualvolta cercassi di chiedere il suo anno di nascita, cambiava argomento. Sapevo che era più grande di me, pensavo avesse sui 35 anni, almeno
quelli erano quelli che dimostrava. Quando una notte di nascosto mentre dormiva andai a frugare nel portafogli per scovarne la carta di identità sentii il cuore arrivarmi in gola nel momento in cui i miei occhi videro l'anno di nascita: 1961.
Quest'uomo aveva fatto un patto col diavolo.
La cosa mi piaceva, lui mi attraeva da morire, l'idea che avesse avuto una vita colma di esperienze, di donne, di viaggi...mi eccitava il fatto di parlare con lui un'altra lingua, di trovare affinità caratteriali nonostante la nostre diverse età e origini.
Stavo vivendo un sogno ad occhi aperti. Il sesso splendido, una grandissima complicità, un umorismo caratterizzato da molta auto-ironia che ci accomunava...mi piaceva l'idea di tornare a casa per l'ora di pranzo e vederlo fuori col portatile a lavorare, o in terrazza a prendere il sole con bottiglia di birra in mano e cellulare per affari nell'altra....
Ricordo l'acquisto dei mobili per la casetta che avevamo trovato da prendere in affitto in un residence con piscina, una casetta piccola ma in una posizione ottima e con tanto di solarium sul tetto. Ricordo il giorno in cui entravo a lavorare più tardi, noi due appena alzati dal letto per il troppo sole che entrava dalle finestre munite di sottilissime tendine poco coprenti, a tuffarci in piscina per svegliarci nel migliore dei modi.....
Ricordo tutto questo incanto come fosse accaduto ieri.
Così come ricordo le prime notti in cui lui si alzava, si sedeva nel soggiorno con una tazza di té in mano e una sigaretta nell'altra, dopo mezz'ora mi alzavo anch'io per andare a vedere cosa fosse
successo e lo vedevo lì, nel buio, a fissare un punto e a pensare. Ricordo quando mi diceva di tornare a letto e che lui dopo poco mi avrebbe raggiunta. Ma spesso mi riaddormentavo molto prima, in una faticosa attesa di sentirlo vicino a me…
Ricordo le nostre litigate per le critiche che gli rivolgevo riguardo a quei 3 pacchetti di sigarette consumati al giorno. Ricordo quando mi diceva che stava bene, che aveva solo qualche pensiero riguardo al lavoro, ma nulla di grave. Ricordo il distacco che si andava creando, le sue carezze sulla mia pelle, mentre la sua mente era lontana da noi.
Ricordo la prima volta che mi disse di dover andare a Dublino per qualche settimana. Ricordo anche che ci rimasi male perché partiva qualche giorno prima del mio ventiseiesimo compleanno. Mi disse di andare con lui ma sapeva benissimo che il locale non stava lavorando molto con la bassa stagione e con il brutto tempo che aveva reso Dicembre e Gennaio due mesi di perdita a livello di entrate.
Non potevo permettermi di pagare qualcuno che prendesse il mio posto, anche se per poche settimane.
Mi ricordo che lui risolveva tutto rispondendo "pago io" e io dentro di me mi chiedevo quante risorse avesse ancora in banca dopo tutti i soldi spesi negli ultimi 6 mesi.
Ricordo che dopo due settimane non resistevo, mi mancava e le sue chiamate si facevano sempre più rare.
Ricordo il suo poco entusiasmo nel sentire la mia decisione di raggiungerlo, così come mi ricordo l'accoglienza fredda che mi aspettava.
Entrammo in questo residence immenso nel verde, uno di quei residence da ricconi, aveva affittato una casa con 3 stanze da letto, tutto perfettamente arredato in stile vittoriano, un lusso che avevo visto in pochissimi hotel fino a quel momento.
Ricordo il litigio che scattò quando gli dissi che lo vedevo freddo, che negli ultimi mesi lo vedevo cambiato e che secondo me non provava più i miei stessi sentimenti. Ricordo le sue risposte vaghe, le sue giustificazioni poco plausibili, dette con quel tono distante, secco, troppo calmo per una mediterranea come me. Mi rimbombano in testa quelle sue cinque parole che chiudevano i nostri litigi….“Oh please, stop hassling me.”
Ricordo che appena alzai la voce per digli che così non potevamo andare avanti lui mi disse che si sarebbe andato a riposare e avremmo ripreso il discorso quando si sarebbe svegliato.
Non posso dimenticare quanto piansi, quella volta e tutte quelle che seguirono. Lacrime acide e dolorose come il succo di un limone strozzato. Lo stomaco in subbuglio, il petto indolenzito dal pianto troppo feroce fatto di singhiozzi e sospiri rapidi e tremolanti. Ricordo tutto come se fosse ieri.
Ma non potevo fare a meno di lui. Ne ero pazzamente innamorata ed ero entrata in quel vortice in cui una donna non ha più la concezione di se stessa in quanto ad individuo dotato della consapevolezza del proprio valore. Concepivo la mia esistenza solo attraverso la nostra vita in due. Pensavo che sarei potuta morire senza di lui. Avevo avuto parecchie storie serie prima di Frank, semi-convivenze, relazioni durature con tanto di ricordi a seguito, vacanze in montagna, momenti di intimità, tutte finite per mancanza di questo brivido che solo lui era riuscito a tenere vivo dentro di me. Erano passati solo 5 mesi e a me sembrava di aver avuto solo lui nella mia vita, cancellando tutto ciò che era esistito prima. 5 mesi di un’intensità inspiegabile a parole, pagine piene di sensazioni, di una memoria piena zeppa di ricordi, come una spugna in una vasca d’acqua schiumosa.
E quindi, passò un altro mese fra alti e bassi, più lui si allontanava da me, più io ne ero innamorata. Le sue notti insonni a guardare il buio e a fumarsi la sua centesima sigaretta divennero sempre più frequenti, facevamo l'amore di rado e io mi sentivo indesiderata. Provai a levarmelo dalla testa, iniziai ad uscire con le mie amiche, a ubriacarmi e a farmi desiderare da altri ragazzi ma appena sentivo che poteva succedere qualcosa, tornavo in me e scappavo a casa, svegliandolo di notte e chiedendogli cosa ci fosse in me di tanto sbagliato da non riuscire a farmi amare da lui quanto necessitassi. Ero diventata patetica. Una donna priva di autostima che a nulla serviva essere bellissima, a nulla serviva essere una brava imprenditrice.
Dopo un mese, ci trasferimmo definitivamente a Dublino. Ciò che accadde allora non potreste mai nemmeno immaginarlo.....
....lo saprete ben presto, alla prossima puntata......
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mercoledì 25 febbraio 2009
“questione di pelle”
E per rimanere in tema:
- Prego signorina s’accomodi, mi dica, come posso aiutarla?
- bhè dottore, basta guardarmi in faccia, ho una pelle problematica, sensibile, secca, spenta…insomma se si potesse fare qualcosa…
- prego, si accomodi sul lettino. Mmm…incredibile sembra più ruvida al tatto che alla vista.
Allora, guardi lei ha solo qualche piccola impurità e alcune macchie solari sotto la cute che però si vedono poco per via delle lentiggini, le do un bel trattamento da portare avanti per un mese, crema da viso per il giorno, tonico purificante all’acido glicolico per la sera e una maschera purificante da applicare una volta a settimana. Brucerà un po’, ma è sebo-equilibrante ed aiuta ad eliminare le impurità.
(driiiiiiiiiiiiiiin)
- mi scusi un attimo signorina, vado ad aprire.
C’è un ragazzo che dice di essere suo marito, lo faccio entrare?
- si si, è andato a parcheggiare la macchina ma confermo che è con me.
- allora iniziamo a scrivere le creme da comprare…
- ah grazie…ma per queste rughette qui intorno agli occhi?
- signorina non sono rughette, ma se si sente tirare le do anche una crema per il contorno degli occhi da applicare al mattino. Allora mi dice la sua età per cortesia così la inserisco nel sistema?
- 31
- ah, ma sembra molto più giovane tant’è che pensavo scherzasse quel ragazzo lì fuori quando ha detto di essere suo marito….mi scusi s l’ho chiamata signorina fino ad adesso…
- ma si figuri, anzi continui a non chiamarmi signora la prego!! Ma dice davvero riguardo all’età? Insomma si riferisce anche alla pelle??
- certo, immagino che se lo sarà già sentito dire molte altre volte
- in realtà non ricordo, si e no, ecco non lo so, sono in un momento in cui mi vedo davvero male
- guardi signora, non si faccia tanti problemi. Io le do questa cura che le farà scomparire le impurità sottocutanee, la crema darà una buona idratazione alla pelle e vedrà che fra un mesetto si sentirà meno in crisi. E’ giovanissima, le garantisco che ha ancora tempo prima di sentirsi vecchia.
- grazie dottore, allora ci vediamo fra un mese. Grazie ancora.
(saliti in macchina)
- amore?
- dimmi
- non so come, ma ho meno rughe stasera
- ah davvero?
- si, forse per il cambiamento di temperatura? Forse perché mangio meglio? Bho, che strano…
- certo amore, fammi indovinare. Per caso il dottore ti ha detto che le vedi solo tu le rughe?
- no ha detto solo che sembro più giovane e che devo smettere di farmi dei problemi ma…cosa c’entra?? Le rughe stranamente stasera non si vedono, è come quando vai dal dottore per un forte mal di pancia che hai avuto per una settimana e poi entri nel suo ambulatorio e non hai più nulla.
Scusa che cosa stai pensando? Che era tutto frutto della mia immaginazione?
- no no, assolutamente no. Anzi, è proprio tutto vero. Ieri sembravi mia nonna, oggi invece hai il viso di un neonato.
Se vuoi ti porto un attimo dall’otorinolaringoiatra così forse il setto nasale ti si raddrizza in un attimo…
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NOTA: torno a ripetere che potete sempre fare una donazione cliccando su DONAZIONE qui sulla colonna a sinistra della pagina…….
martedì 17 febbraio 2009
Piccole donne crescono

Ditemi che anche voi da bambini avevate una, dieci, mille passioni, dal cantante preferito, al gruppo del cuore, al personaggio di Beverly Hills 90210 di cui cercavate il poster nel "Cioè" di ogni mese. Che anche voi sguazzavate in quella libertà che solo i momenti di gioco con i vostri amichetti potevano regalarvi, dal gioco dell'elastico, al salto con la corda, al vostro sacchettino pieno di biglie di varie dimensioni e dai colori simili agli occhi di un felino, da giocarvi durante l'ora della ricreazione, con l'aria di sfida di chi sa quante lacrime verserà se toccherà a lui perdere quella piccola sfera contenente tutta la magia che solo un bambino può riconoscervi..
Ditemi cha anche voi tornavate a casa con una nota sul diario, che vostra madre vi sgridava e due minuti dopo vi ritrovavate in cortile a giocare a pallone con il vicino, o nel giardino a giocare a nascondino, intorno all'isolato sulla vostra bicicletta...a respirare aria di libertà incontaminata ed incondizionabile.
Ecco, io trovavo la pura essenza di questa sensazione di leggerezza quando indossavo loro:
i miei pattini.
A sette anni me ne regalarono un paio che si allacciava alla scarpa. Una vera e propria arma di autodistruzione per chiunque osasse provare a domarla. Stare in piedi su quegli attrezzi equivaleva a stare in equilibio su 8 biglie, lasciate scivolare su un parquet cosparso di cera d'api.
Mi ci vollero mesi di lividi sul posteriore, mesi di cadute che non poche cicatrici lasciarono sulle mie magrissime gambe, mesi di posture comiche da far invidia a Charlie Chaplin.
Finché un giorno, eccomi glissare sul piazzale del giardino, in equilibrio, ginocchia leggermente piegate (avevo finalmente scoperto la legge fisica del baricentro), braccia in avanti per poter afferrare il primo appiglio che mi si sarebbe presentato davanti e mi avrebbe dato finalmente la possibilità di frenare. Sì, perché quei pattini non erano dotati di quel bozzolo gommoso che oggigiorno troviamo sui pattini a rotelle classici chiamato FRENO. All'epoca frenavi tuffandoti a terra nemmeno tu fossi uno stant-man, o ancora peggio spiaccicandoti contro il muro esterno di casa, spesso e volentieri composto da pareti ruvide e dalla superficie appuntita.
A dieci anni ero ormai un'abile pattinatrice. Certo, le mille altre attività in cui mi cimentai con costanza pari al mio rendimento scolastico (a voi il beneficio del dubbio) quali pallavolo, basket, nuoto, non permettevano un mio costante allenamento sui miei "amici a quattro ruote" ma bastavano quelle lunghe domeniche in cui mia madre ci portava al Bois de la Cambre (uno dei boschi più belli e conosciuti di Bruxelles) dandomi la possibilità di pattinare per ore ed ore sulla pista appositamente costruita, dal pavimento liscio e dal diametro incommensurabile per una bambina così piccola (in senso di età s'intende, poiché a 10 anni ero già la SIGNORINA più alta della classe; molto tempo prima dello sviluppo adolescenziale di tutto il resto della classe che poi divenne più alto di me).
Se chiudo gli occhi lhjioorhnòbòjkgi ok, scusate, li riapro.
Dicevo, se potessi chiudere gli occhi scrivendo, rivedrei mia madre lì, seduta ad un tavolino della Crêperie, sorseggiando la sua tazza di cioccolata calda, mentre lo scapolo del tavolo di fianco cerca di rubarle una parola o due (e spesso ci riusciva), mio fratello sulla sua biciclettina a perdersi per i mille vialetti del bosco allontanandosi sempre più, fin quando mia madre si alzava dal tavolino, urlava il suo nome e lui tornava indietro seguito da venti bambini di cui era diventato leader indiscusso.
Io pattinavo, spesso portavo con me il mio walk-man e potevo fare lo stesso giro antiorario per cinque ore consecutive, con qualche sosta coca-cola o the al limone. Ai miei piedi uno scarponcino azzurro, rosa e nero, ruote di plastica fucsia e sulla mia faccia il sorriso della pura e semplice felicità.
Questi miei nuovi pattini a rotelle versione stivaletto (penso il più apprezzato tra i mille regali di Natale ricevuti in vita mia) mi seguivano ovunque, in Italia durante le vacanze estive (dove li sfoggiavo alla Mazzanta a Vada (LI), e nella strada sotto casa dei miei nonni.
Li portavo giù in Puglia dai parenti di mio padre ma lì aimé non vi erano piste di pattinaggio e le strade non si prestavano a tale attività.
Mano a mano che i tempi difficilissimi dell'adolescenza (maledetta adolescenza) si avvicinavano, i miei pattini subivano la solitudine e l'abbandono. Le quattro ruote infatti stavano per essere accantonate in seguito alla mia scoperta di uno scarponcino ben più leggero e affascinante: il pattino da ghiaccio.
Andava di moda in quel periodo a Bruxelles andare a pattinare sul ghiaccio il venerdì sera, in una pista adiacente ad una tra le più grandi strutture sportive della metropoli.
Il venerdì e il sabato sera, intenti a rimorchiare e a farci rimorchiare a suon di musica house e commerciale, eccoci tutti in pista.
Col tempo i miei pattini sono rimasti sepolti sotto altre nuove passioni, musica, teatro, danza, ragazzi, trucco, moda, viaggi. Quella custodia di pastica contenente i miei scarpoincini misura 35 è andata persa con i vari traslochi, ha vissuto la trasformazione di una bambina in donna e il duro percorso e i cambiamenti che la vita riserva ad una famiglia composta da 4 persone.
La sorpresa.
Qualche mese fa la carrambata tra me e i miei pattini. Cercando in scatoloni polverosi varie foto di classe da mettere su facebook, ho ritrovato lei, la custodia contenente i miei amici d'infanzia inseparabili. Non vi nascondo che non sono riuscita a trattenere le lacrime. Io lì seduta in una cantina, ad abbracciare una coppia di pattini a rotelle. Ho provato anche ad infilarli, sì, così per sfizio, a volte sembra che il mio piede si adatti a qualsiasi piccola misura (avete presente
quei piedi che portano il 35 ma anche il 37?? ecco questi sono i miei!), ma aimé eccomi di fronte all'innegabile verità di non aver mai indossato i miei pattini con la con la consapevolezza che sarebbe stata la nostra ultima volta . Chissà, forse è stato meglio così, averli abbandonati inconsapevolmente.
Poi un sogno.
Venerdì notte sogno e al risveglio ricordo tutto. Sogno di comprare un paio di roller, la versione adulta dei miei pattini a rotelle, li sogno neri con sfumature fucsia, sogno di infilarli e correre, pattinare per le strade di Bologna, con l'aria nei capelli e quella sensazione di libertà che solo i miei ricordi potevano riconoscere.
Il richiamo.
Sabato mattina mi alzo, mi vesto, dall'emozione non mi trucco e copro la stanchezza con occhiali scuri, esco di casa, prendo la macchina e arrivo davanti a Decathlon. Parcheggio, entro quasi con affanno e mi ritrovo davanti al reparto per gli skater, i pattinatori e per i rollerbladers. Prendo due, tre, quattro paia di pattini, quelli classici (due coppie di ruote su due file) e i roller in-line (4 ruote in una fila centrale). E' stata dura la scelta fra quelli classici e più vicini ai miei ricordi e quelli di ultima generazione....ma è anche giusto che l'essere umano impari, almeno in alcuni ambiti, ad adattarsi alle novità.
Infilo il primo paio e provo a farci qualche metro. Giusto il tempo per i miei neuroni assonnati di capire che mi trovo su otto rotelle di plastica ed eccomi a slittare tra gli scaffali del decathlon sotto gli occhi incuriositi e divertiti dei bambini....
Ne ho comprato un paio nero con sfumature di color fucsia, sono tornata a casa con un sorriso particolarmente fresco ed infantile che mio marito giura di non aver mai visto sul mio volto prima d'ora.
Ho passato tre ore di sabato e due di domenica a pattinare sotto casa, ieri ne sentivo già la mancanza poiché tornata a casa dal lavoro era già troppo buio e quindi oggi, bhè, oggi......
(ditemi che non sono pazza, ditemi che anche voi l'avreste fatto.....)
...mi sono portata i pattini al lavoro e sono tornata bambina per un'ora, durante la pausa pranzo.
E chi se ne frega se i miei colleghi mi hanno presa per una squilibrata. Consiglierei a chiunque di recuperare un pezzo d'infanzia dagli scaffali polverosi della memoria e di risvegliarlo, restituirgli la vita e far sì che diventi parte del proprio presente. E' una sensazione di ritrovata appartenenza, di completezza, di leggerezza.
Oggi per un istante...mi è quasi parso di sentire il profumo della Crêperie del Bois de la Cambre.....